Forme da rivestire e forme che rivestono: contaminazione tra arte e architettura

2

Forme da rivestire e forme che rivestono: è questo il segreto del connubio vincente tra moda e architettura. La moda diventa architettura quando concretizza gusti e tendenze e l’architettura diventa moda perché è una finestra sul tempo che passa, investendo quindi spazi, persone e costumi. La prima abita i corpi, e la seconda veste i luoghi.
Un libro che vi consiglio, pubblicato nel 2000 a cura di Helen Castle e Martin Pawley per AD, Fashion + Architecture, tratta proprio la dimensione in cui moda e architettura si mescolano tra loro.
Forme fluide, piegature, drappeggi che sembrano trafugati dai segreti sartoriali, da un lato, e l’impiego sempre più frequente nella moda di materiali impiegati nel campo architettonico, come il vetro, l’acciaio, membrane, plastiche. Così spesso gli edifici vengono identificati con aggettivi quali “destrutturato”, “svolazzante”, “tecno chic”, “pieghettato”, “sbrindellato”: tutti aggettivi presi in prestito al vocabolario della moda.


1

C’è un intreccio profondo e poetico, quindi,  tra moda, città, architettura, forme e stili, un intreccio che parte dalla strada fino a relazionarsi con culture, modus vivendi, che le porta a contaminarsi a vicenda, passando attraverso le “città  storiche della moda” e giungendo sino agli attualissimi pop up stores, che altro non sono che architetture temporanee al servizio della moda, fenomeno questo in crescita negli ultimi anni (nati in Gran Bretagna, approdati poi a  New York e riproposti anche in Italia negli ultimi mesi). 
Quando l’architetto Rem Koolhaas presentò i progetti per i negozi americani di Prada, che furono etichettati come “scenografie”, probabilmente si ignorava quello che di lì a poco sarebbe successo: il giorno dell’apertura del negozio di SoHo (575 Broadway), questo ha smesso di essere un flagship ed è diventato l’«Epicentro Prada», ossia un luogo dove lo shopping esce dalla banale dimensione della compra-vendita e si sposa conl’arte, con la letteratura, con la musica.
Sempre a New York, la torre disegnata da Christian de Portzamparc fa da faro al  quartier generale Louis Vuitton. Così, mentre a Tokio si assiste ad una vera e propria guerra tra le grandi griffe per poter vincere il premio per l’edificio più cool al servizio della moda, i cosiddetti “archi-star” diventano l’alter ego dei grandi couturier : Frank Gehry per Issey Miyake , Peter Marino per Chanel, Herzog & De Meuron per Prada, il designer Bill Sofield per Gucci , Tadao Ando e i coniugi Massimiliano e Doriana Fuksas per Giorgio Armani, Renzo Piano per Hermés, Toyo Ito per Louis Vuitton , e così via.
Chissà se il sociologo Georg Simmel, che alla fine dell’Ottocento parlava di moda come «sistema di coesione sociale», sarebbe oggi impallidito pensando agli stilisti nel ruolo di mecenati del ventunesimo secolo.