L’Haute Couture incontra il Design: il gioco degli opposti di Massimo Crivelli
11 ottobre 2011
- People

Una boutique dal sapore intimo e cosmopolita  che rievoca nella Milano storica lo shopping della ‘swinging London’ con esposizioni temporanee di giovani artisti e night openings. Si tratta dell’atelier della griffe haute couture Massimo Crivelli, stilista appassionato di design che ha dato un segno chiaro e inconfondibile alle sue creazioni, cogliendo e rielaborando le sue intuizioni, fuori dalla contaminazione delle tendenze dove non manca mai il sapore anni ’60.

Un couturier con la passione del design, capace di tradurre in moda la sua innovativa ricerca stilistica. Qual è il fil-rouge che anima le sue creazioni?
La voglia di vivere e far vivere la bellezza come una vera sensazione. Arte, design industriale, cinema, sono le fonti di ispirazione che rielaboro attraverso l’istinto. Un istinto che guida il mio percorso stilistico soprattutto attraverso le suggestioni della mia infanzia e sempre con un po’ di sana e colta ironia. Non so se sia un bene, ma faccio il mio lavoro, incluso ogni scelta  stilistica, nella massima libertà.

Dunque il mio fil-rouge è il vedere lo stile come una “missione” estetica e non solo, è il non essere mai soddisfatto e quindi il ricercare ogni giorno, tramite lo studio e l’innovazione, un risultato ideale.

Ci descriva la donna della griffe haute couture Massimo Crivelli.
La donna Crivelli sicuramente è una donna di fascino. Di un fascino sofisticato. Una donna che sente il richiamo del design, che riesce a divertirsi vestendo un’eleganza diversa a seconda dell’attimo, della scena, del ruolo ricoperto sul set della realtà. Colta e aggressivamente casta. Ironica, un’aristocratica con l’hobby della spygirl. Non passa inosservata senza peraltro mai volerlo. La mia donna è una creatura mai finita, è il capolavoro di eleganza naturale nell’essere e nell’apparire, un capolavoro  che cerco di modellare fino ai confini della perfezione.

Tagli essenziali combinati ad un eleganza sofisticata: cosa distingue lo stile Massimo Crivelli nel panorama della moda?
Lo stile Massimo Crivelli ha un indubbio carattere personale. Sicuramente riconoscibile perché è l’incontro tra esperienze artistiche, inconsce e vissute. Ho creato il marchio Massimo Crivelli per poter esprimere in modo reale e concreto il mio gusto. Semplicità ed eleganza. Naturalezza e glamour. Architettura e fluidità del movimento. Il tentativo riuscito di coniugare ideali estetici apparentemente opposti è il mio stile.

E molto difficilmente c’è una contaminazione delle tendenze. Mai un’attenzione a ciò che “si vede in giro”. C’è quella che io chiamo la parte “vintage” delle mie collezioni,  dove non manca mai quel sapore 60’s a cui non posso e non voglio rinunciare. C’è una parte più legata alla sensazione del momento, alla stagione, e che interpreto passando per i voli pindarici che l’haute couture mi permette di fare. Eppure tutto si ricollega sempre in modo armonico e compiuto, in un modo “riconoscibile”.  Ecco, mi piace pensare di poter fare collezioni sempre vicine ai miei desideri di designer ma soprattutto di dare  un contribuito,  piccolo ma molto personale,  allo stile in generale.

L’ultima collezione di alta moda A/I 2011 Coubic Couture è ispirata decisamente al design d’avanguardia. Come si fondono moda, arte e design nella sue collezioni?
Penso sia un connubio necessario. Le arti figurative sono la sorgente di ogni sensazione cromatica e più in generale onirica. L’arte ci permette di esprimere, descrivere sensazioni che richiamino il vero meglio di quanto possa fare il vero stesso.  Se non affrontassimo una collezione con queste premesse tradurremmo lo stile in noioso costume, e alcune volte in orrido folklore.

La moda è il campo che ci permette di esprimere i concetti con la massima libertà possibile, fatto salvo il sacro vincolo dell’uso. Ed è qui che entra in gioco il design. Quel design che, con i  grandi maestri, ci ha insegnato e ci insegna che una suggestione può diventare una poltrona, un aeroporto, uno spremiagrumi. Quel design che identifica estetica, sogni e bisogni di ogni epoca, passata, presente e futura.

Visione, campo d’azione, realtà. Qui si possono scatenare le passioni. Come la ricerca dei materiali, con l’utilizzo dei tessuti  più innovativi ( neoprene, cellophan etc.) insieme alla riscoperta dei materiali più ricercati e tradizionali. La tenace sperimentazione del vetro di Murano come elemento decorativo. Così anche nella collezione, A/I 2011 Cubic Couture”, in cui ho voluto approfondire il mio percorso nel mondo delle linee e dell’architettura, traducendo le tridimensionalità geometrica in una gentile e suggestiva femminilità.

La sua boutique di via Camperio ha il sapore piuttosto di un’intima galleria contemporanea. Se potesse tradurla in una delle sue collezioni, cosa le ispirerebbe?
Il gioco, il cambiamento, la fantasia. La boutique è la casa delle mie collezioni. Cambia non solo ogni stagione ma anche più volte per stagione a seconda dei capi esposti e delle proposte del momento. E’ un teatro in cui la collezione gioca un ruolo che non deve mai essere scontato. Mai stancare il pubblico. Mai annoiare se stessi. E’ un luogo in cui ci si deve sentire coccolati, importanti, dove si beve una coppa di champagne con gli amici. Dove ci si può sempre sentire protagonisti, nel bello, tra il bello. E ci si deve un po’ sforzare a capire, con curiosità, cosa c’è intorno, dalle pareti alle appenderie, etc.

Una collezione deve dare le stesse sensazioni. Divertimento, interesse, bellezza, sicurezza di sé, cambiamento.

L’intervista è stata fatta da Claudia Chiari

 

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