Beata ignoranza

Animal Testing: bugie e verità

È bene dirlo, che anche in una rubrica disinvolta e irriverente come Beata Ignoranza talvolta vale la pena approfondire argomenti delicati, magari ponendosi qualche domanda in più. E così abbiamo deciso di soffermarci sull’articolo “ Il Mascara Killer per uscire dalle facili dinamiche emotive che certi argomenti scatenano.  Ho così passato le ultime settimane a tempestare di domande addetti del settore, studiosi, aziende, enti, cercando di avere un’analisi razionale della situazione: perché la vivisezione è ancora praticata? Le mie labbra rosse, turgide e lucenti, valgono la tortura e la morte penosa e indegna di “enne” animali? Partiamo da alcuni punti fermi:

 

* testare il prodotto cosmetico finito è vietato dalla legge

* testare gli ingredienti e le materie prime destinate esclusivamente ad uso cosmetico è a sua volta vietato dalla legge

E dunque? Dove sta il problema?


Come ci ha spiegato il Prof. Marzatico, direttore del Laboratorio di Farmacobiochimica dell’Università di Pavia, escludendo le materie prime già ampiamente testate in passato (e che quindi non è più necessario testare), nel caso in cui un fornitore scoprisse o creasse un nuovo ingrediente o un nuovo derivato, difficilmente limiterebbe il suo potenziale alle applicazioni cosmetiche: ovviamente cercherebbe di estenderne il più possibile il raggio di utilizzo, potendo (e dovendo) quindi ricorrere all’animal testing. Ogni ingrediente, ogni prodotto, ogni estratto, deve essere corredato infatti di una scheda tecnica completa di tutte le informazioni chimiche e tossicologiche, in modo da garantirne l’applicazione sicura sull’uomo: in alcuni casi esistono alternative scientifiche all’animal testing, in altri non ancora (1)


Attualmente i test in vitro (ad esempio con tessuti in coltura) validati dall’IHCP(2) si riferiscono all’irritazione oculare ed epidermica, alla corrosione e alla fototossicità: sebbene questi siano traguardi enormi, la grande sfida è ancora in atto. Il percorso scientifico più difficile è infatti quello dello sviluppo di test per la valutazione della tossicità sistemica: la cancerogenicità, gli effetti sul sistema nervoso, immunitario, ormonale e così via, in interazione con le dinamiche metaboliche complesse di un organismo.


A questo proposito, per non dover usare esseri viventi come cavie, ratti, cani o altri animali, si sta cercando di unificare varie tipologie di test alternativi (in vitro e in silico) sfruttando gli enormi passi avanti fatti negli ultimi anni dalla ricerca nel campo. L’11 marzo 2013 è la data ultima entro la quale la Commissione Europea dovrà riferire al Parlamento relativamente ai risultati ottenuti in questi anni, ma già dall’Aprile 2011(3) saranno rivelate alcune informazioni sullo stato della ricerca. Purtroppo, fino ad ora, per alcuni accertamenti non esistono alternative all’animal testing.

A questo punto le domande che insorgono sono innumerevoli: la scoperta di materie prime e ingredienti nuovi (e quindi ancora da testare) in cosmesi è realmente così ampia e frequente da giustificare il colossale numero di aziende che non si conforma al cruelty-free?

Il Dott. Spadoni di Icea ci conferma che l’alta competitività raggiunta dal mercato cosmetico fa sì che i reparti di Ricerca e Sviluppo delle grandi aziende diventino sempre più aggressivi: effetto e  contemporaneamente causa della crescente pretenziosità dei consumatori, che ambiscono a dimagrire in una notte, ringiovanire di vent’anni con una spalmata di crema miracolosa o avere ciglia lunghe venti cm con una pennellata di mascara. Il marketing rincorre i nostri sogni sintetici, e a sua volta ne alimenta l’ipertrofia.

Ma, c’è da domandarsi, data la presenza in natura di ingredienti pressoché innocui per l’uomo, è davvero necessario ricorrere continuamente alla chimica, salvo poi dover testare gli effetti cancerogeni o genetici di alcune sostanze? E’ questo che vogliamo per la nostra bellezza? A quanto pare, purtroppo, la risposta del mercato è “sì”.


E ancora: se è così difficile trovare fornitori che operino cruelty-free, perché ci sono aziende che riescono a garantire il rispetto di questo parametro “etico” alla loro clientela con grandi riscontri di mercato come la Lush, l’Erbolario, la Coop e così via?


Il dott. Mazzini della Coop Italia ci ha raccontato le soddisfazioni di una politica aziendale coerente con un percorso etico che cerca di andare ben al di là del cruelty free, ma senza negare le difficoltà che in certi frangenti si è chiamati ad affrontare. Rispondere alle esigenze di mercato rispettando certe politiche aziendali richiede sicuramente un grande impegno ed implica principalmente un fattore fondamentale ed imprescindibile: crederci sul serio.

Fondamentalmente, tutto sarebbe di gran lunga più semplice se i consumatori finali maturassero scelte più ponderate, responsabili e consapevoli: per quanto riguarda la cosmesi questo sembra stia iniziando ad accadere.

Si ringraziano tutte le persone che hanno collaborato e contribuito a questo pezzo, quelle citate e quelle non.

 

(1)   Il REACH (The European Regulation on Chemicals), in accordo con la Direttiva Europea 2010/63, incoraggia e promuove l’utilizzo di test tossicologici alternativi: dato che il Test Method Regulation 440/2008 stabilisce che, in presenza di un sistema alternativo validato, non si possa più ricorrere all’animal testing, esistono fondi e strutture appositamente dedicati a questo scopo.

(2)   L’IHCP (Institute for Health and Consumer Protection) fa parte della Commissione Europea del Joint Research Centre e ospita l’ECVAM, il Centro Europeo per la validazione dei metodi alternativi.

(3)   Informazioni che saranno pubblicate sul sito DG SANCO (Directorate General for Health and Consumer Policy)

È una delle figlie del Barone Rampante, quella nata il 28 Giugno 1974 sul ciliegio. Blogger, ha due libri e diverse collaborazioni all’attivo. Non sa nulla di moda.

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